SIRENE: IL MAGICO CANTO DEL MARE.                           (by xdonnax)

Sirena, un nome leggendario legato ad una creatura che, tuttora, affascina e rapisce artisti e non. Racchiuse in un corpo splendente, dotate di una voce suadente, son creature bellissime che vivono nelle profondità degli oceani. Nei paesi di mare le loro storie si sono narrate e si raccontano ancora oggi…Forse perché donne, forse perché belle, ma i marinai non hanno nessuna paura delle Sirene, non ne hanno mai avuta! Se fosse così, perché si tatuerebbero il corpo con la loro effige? La Sirena è un simbolo a cui sono molto legati, è un simbolo importante come lo è il mare. E’ un angelo che libera l’uomo dai suoi problemi e dai pensieri che lo legano alla terra. E’ vista come una liberatrice, una donna che ama e rapisce il suo uomo per trasportarlo negli abissi e farlo felice; gli dona la facoltà di respirare nell’acqua, di vivere in pace con la fauna marina e con tutti i personaggi che abitano gli oceani, rende l’uomo padrone di tutte le ricchezze nascoste in fondo al mare. E’ così che i marinai immaginano le Sirene; le amano da sempre e, almeno una volta nella vita, hanno sognato di essere rapiti da una donna che rappresenta il magico canto del mare.

Nella Grecia antica, la paternità delle Sirene era attribuita al dio fluviale Achelòo e alla musa Calliope; ma alcuni pensavano che erano figlie di Forchi e Cheto. Le storie disegnate intorno a questa figura mitologica sono molte, il loro fascino ha catturato molte generazioni. Per scoprire la nascita di queste creature bisogna andare indietro nel tempo. La prima volta che fu attribuito questo nome, fu dato a delle ragazze vergini che si rifiutarono di donare la loro purezza agli dei e, per questo furono trasformate da Afrodite in donne dal corpo di fanciulle, ma con zampe e piume d’uccello. Soltanto nel XII secolo iniziarono a essere rappresentare nella tradizione iconografica con il corpo metà donna e metà pesce. La prima rappresentazione letteraria documentata risale al VI secolo, nel trattato "De Monstris”. Il primo autore medioevale che parlò delle Sirene e del loro malefico canto fu Richard de Fournical nel: "Bestiario d'amore" del 1250; questo trattato racconta di come queste figure marine ammaliavano con i loro canti i marinai e, dopo averli soggiogali e attirali con le loro navi sulle rocce, li facevano naufragare; alcuni venivano poi resi schiavi d'amore e quando si stancavano della loro presenza li uccidevano. Nel 1614, fu descritta la prima storia d'amore fra un uomo e una Sirena, ma sia quella che altre, terminavano male per l'uomo che veniva ucciso dalla Sirena oppure, veniva accompagnato nelle profondità degli abissi, in palazzi sottomarini dove non potrà mai liberarsi dal vincolo d'amore che lo lega alla donna-pesce. Le Sirene nelle opere pittoriche e negli scritti, venivano rappresentate o descritte con uno specchio in mano, simbolo che rimanda al doppio, all'inganno; il pettine termine etimologico che rimanda alla sessualità e lunghe chiome ondulale come il mare di color giallo come il sole. Le Sirene più famose sono state tre: Partenope, Leucòsia e Lige, tre Sirene legare a tre nostre città. Partenope ha dato il nome a Napoli, era lì la Baia dove viveva dopo essersi innamorata di Ercole e dove terminò i suoi giorni. Leucòsia visse presso Punta Licosa e anche questa Sirena diede il nome al posto dove visse i suoi ultimi giorni; infine, ma non meno importante, Lige che le acque del mare trasportarono sulle rocce di Punta Campanella nel napoletano che in suo onore si chiama anche Ligera. Se l'uomo avesse avuto veramente paura delle Sirene, non le avrebbe descritte bionde, perché nei racconti e nelle leggende, il colore biondo nei capelli di una donna o di un uomo è sinonimo di purezza: biondo è un angelo, una fata buona; mentre nero è il colore del Demonio, delle streghe malvage!

Magiche figlie del mare. Fin da secoli lontani apparvero sulla spuma delle onde, fra la solitudine o sulle spiagge ridenti, le figlie del mare, colle chiome d'oro o verdi come lo smeraldo, cogli occhi lucenti, colle ali bianche e la voce armoniosa, che prometteva ogni felicità ai marinai affascinati. E mentre le belle fanciulle sorridevano sulla terra, e scherzavano le ninfe all'ombra dei boschi, le sirene ammaliatrici erano regine dei mari meridionali di Europa, e le Mermaids, specie di nordiche sirene, imperavano sotto il triste cielo di altre regioni, colle bionde chiome disciolte, colle arpe d'oro in mano. Esse erano anche esperte nel trarre gli uomini a rovina nelle profondità del mare, vicino al misterioso Kraken, al grande serpente ed alle schiere di naufraghi o di dannati, e ballavano di notte sulle onde del Baltico e del mare del Nord, insieme cogli uomini verdi del mare, appassionati anch'essi per le liete danze, al pari dei folletti e degli elfi della terra. Per ritrovare le origini di queste belle e perfide donne del mare, ingannatrici come le onde, dobbiamo ricordare miti antichissimi, i quali si confondono insieme nelle loro figure. Esse hanno una certa relazione colle Apsare o donne cigni che, nella loro antichissima origine, ci ricordano le nubi luminose; ma sono anche miti del vento, poiché hanno facoltà di allettare in modo irresistibile i cuori colle voci dolcissime, e per questo motivo hanno una grande affinità con Orfeo e con Mercurio in certi suoi aspetti. Anticamente passavano sulle onde colle ali d'oro, e mostravano una ingannevole faccia virginea, o con ali bianche volavano come i falchi, spiando le navi ed ingannando i marinai; e benché avessero aspetto di bellissime fanciulle, pur si poteva trovare in esse qualche somiglianza colle Arpie o con altri uccelli tempeste di diverse mitologie. Ma ciò non basta ancora, perché le sirene hanno pur forma di fanciulle colla coda di pesce, ed in questo caso dobbiamo trovare in esse miti lunari. L'antichità classica lasciò colla magia del verso tali ricordi delle sirene, e la credenza nella loro esistenza era così viva in mezzo al popolo della Grecia e dell'Italia fin da tempi lontanissimi, che il Medioevo non seppe dimenticarle. Per questo motivo intorno ad esse si moltiplicarono le leggende narrate dal popolo, mentre vi era ancora chi affermava che esistevano realmente, ed esse furono con frequenza ricordate nella poesia medioevale. Vi furono pure illustri guerrieri, che menarono vanto di discendere dalle divine fanciulle dell'acqua, al pari dei conti di Lusígnano, che furono re di Cipro e di Gerusalemme, e dicevano che uno dei loro antenati, Raimondo di Tolosa, aveva sposato una specie di ninfa o sirena, chiamata Melusine. In questa famosa sirena medioevale, bella come Partenope adorata sulla spiaggia napoletana, e che non ha le ali d'oro come le sirene cantate da Ovidio, o le ali bianche come quelle ricordate da Apollonio, dobbiamo trovar non solo il ricordo delle classiche sirene, mutate in rupi dalla divina arpa di Orfeo, ma anche una trasformazione della Mylitta babilonese, dea della luna, e di altri miti lunari. Mentre tante divinità inferiori del mare, create in parte dalla fantasia dei nostri padri antichi, sono dimenticate dal popolo, che non sa più dire cosa alcuna delle Oceanidi belle e delle figlie gentili di Nereo, il ricordo delle sirene è indimenticabile fra gli abitanti di molte spiagge nostre meridionali; e si potrebbe affermare che fra le leggende marinaresche quelle che dicono del fortissimo nuotatore Niccolò Pesce e delle sirene siano le più popolari in certe regioni d'Italia. E forse quando i pescatori di Napoli, della Calabria e della Sicilia vanno di notte sul mare nelle barchette brune, e dicono la canzone dell'amore o quella del dolore, il suon dell'arpe d'oro si accompagna al loro canto col mormorio delle onde; bianche figure splendenti si mostrano sull'acqua che trema, ed al pari dei loro padri antichi essi odono altri canti armoniosi che promettono l'amore e la felicità. Le sirene non si dilettarono solo nel trarre a perdizione i marinai colle promesse ingannevoli e con l’armonia delle voci divine; ma spesso presero parte ad azioni diverse che si svolgono in molte leggende e novelline popolari.

“Il Principe Predestinato” o “Il Principe Nato e non veduto”. In uno dei racconti più antichi del mondo, che forse dilettò parecchi Faraoni egiziani, si narrano le strane avventure del Principe Predestinato; sulle spiagge calabresi del mare jonio si dice invece, in una leggenda marinaresca, del Principe Nato e non veduto, vittima delle sirene. Questa leggenda così diversa nella conclusione da quella del Principe Predestinato, figlio di qualche antico Faraone, che giunge a trionfare del fato, il quale lo vuole ucciso da un serpente, da un coccodrillo o da un cane, è assai notevole, perché avviene di trovare in essa una strana confusione delle sirene colle fate e colle streghe, che hanno facoltà di mutarsi in gatti, secondo le credenze popolari di molte genti.

La figlia di Biancofiore” o “La fanciulla d’Otranto”. Ma pare che la leggenda di Biancofíore, anche popolare sulle spiagge calabresi, abbia importanza maggiore per le sue origini antichissime, abbastanza palesi, e per la sua grande diffusione. Nella fiaba siciliana della Fígghia di Biancuciuri, trovasi altra variante di questo racconto, e pare che il nome di Biancofiore si ritrova in certe  fiabe e leggende, come ricordo del romanzo medioevale di Florío e Biancofiore, conosciuto in Italia, e che in parte servì al Boccaccio, quando compose il noto suo romanzo a diletto di Maria d'Aquíno. Questo racconto si ritrova pure con molte varianti in Terra d'Otranto e reminiscenze della storia di Berthe au gran pié.

Attjis-ene e Marziella. Fra le leggende popolari che dilettano i Lapponi a tanta distanza dal nostro cielo azzurro e dall'incanto delle nostre marine, si ritrova con qualche variante la leggenda calabrese di Bíancofíore e quella della bella fanciulla di terra d'Otranto sposata dal re; e forse quando le donne dei pescatori, riunite nelle casette presso le spiagge o sedute sull'arena al bel sole d'Italia, raccontano ai figlioletti le avventure delle fanciulle raccolte in mare dalle sirene, altre donne verso il Polo ripetono in lingua tanto diversa, nelle capanne coperte di ghiaccio e sulle sponde desolate dell'Oceano glaciale lo stesso racconto, in cui la strana figura di Attjis-ene, malvagia donna del mare, fa le veci delle nostre sirene. In questa leggenda dei Lapponi la fanciulla si muta in anitra e questa è una variante della nostra leggenda calabrese sullo stesso argomento, in cui le oche scoprono l'inganno allo sposo di Biancofiore. Altre oche fanno lo stesso ufficio nel Pentamerone, in cui dicesi che Ciommo, fratello di Marziella, deve condurla dal re che vuole sposarla. Ma una vecchia zia invidiosa mette la propria figlia bruttissima al posto di Marziella, che fa cadere dai suoi capelli perle e fiori quando si pettina, e fa nascere gigli e viole sotto i suoi passi quando cammina. Il re, sdegnato nel vedere la brutta fanciulla, manda Ciommo a pascolare le oche; egli le trascura, invece la sorella, salvata da una sirena, viene dal fondo del mare per nutrirle. Le oche ingrassano e, cantando presso il palazzo del re, dicono: “Pire, pire, pire / Assai bello è lo sole co la luna / Assai chiù bella è chi coverna a nuie”. Il re manda un servo dietro le oche e scopre ogni cosa. Egli vorrebbe sposare la bellissima giovane, ma la sirena la tiene legata con una catena d'oro. Il re con una lima che non fa rumore rompe la catena, libera Marziella e la sposa. Dice il De Gubernatis che una novellina di Santo Stefano di Calcinara è una variante notevole di questa leggenda, ed anche in essa troviamo le oche. La bella fanciulla che nutre le oche è travestita colla pelle di una vecchia; il principe le strappa la vecchia pelle e poi la sposa. Se non ci fosse in queste novelle e leggende la solita favola della bella fanciulla liberata dal principe o dal re, che viene fuori dall'acqua dove è stata durante un tempo che può ricordarci la notte o l'inverno, basterebbe la parte che hanno spesso le oche nella narrazione per farci conoscere la loro antichissima origine ariana. Ma fra tutte ha maggiore importanza un'altra novella dello stesso gruppo, anche ricordata dal De Gubernatís, nella quale pare che si trovi pure in modo palese il ricordo della bella leggenda indiana del Mago Punchkín e così strettamente collegata all'altra leggenda calabrese della Regina Maga, a quella norvegese del Gigante che non ha il cuore nel corpo, a quella tanto popolare di Boots e ad altre numerosissime che sono fra le più importanti di Europa; poiché in esse, fra tutte le diverse varianti, par che si debba trovare una splendida prova del meraviglioso e stranissimo lavorio che tanti popoli europei hanno compiuto, indipendentemente gli uni dagli altri, intorno a miti ed a leggende antichissimi, non mai dimenticati da essi fra le vicende della loro vita turbinosa e nel volgere dei secoli, dopo la dispersione delle primitive genti ariane.

Solabella. Secondo certe tradizioni siciliane note nella contea di Modica, la sirena non ha la solita perfidia, e parmi che si assomigli alquanto a certe nordiche figure di sirene, che avvertono i marinai dei pericoli ai quali vanno incontro. Questa sirena siciliana vive nel fondo del mare, in una grotta di brillanti, di perle e di calamita, e solo una volta all'anno lascia la sua splendida dimora, quando ricorre la festa di San Paolo, dal 24 al 25 gennaio. Ella s'avvicina alla spiaggia e si dà a cantare tutta la notte, profetizzando di avvenimenti che succederanno entro l'anno, e predicendo l'avvenire a coloro che l'ascoltano.

Skulda, Urda e Veranda. Pare che vi sia a questo proposito una certa somiglianza fra la sirena siciliana e una ninfa o sirena dell'Edda scandinava, conosciuta certamente dai Normanni, che si chiamava Skulda e prediceva l'avvenire, mentre una sua compagna, Urda, conosceva il passato e Veranda il presente. Anche Glauco, secondo la credenza dei Greci, dopo aver mangiato l'erba che lo fece compagno degli altri dei del mare, appariva una volta all'anno sulle coste profetizzando.

La perfida sirena di Modica, Scilla e Cariddi e Amalfi.  La sirena di Modica fa pure sentire il suo canto quando nasce un bambino sventurato, o, secondo altre canzoni, è perfida assai, ride quando uccide, e per combattere contro di essa bisogna aver molta forza e grande coraggio. Certe leggende siciliane dicono che la sirena abita nel Faro di Messina. Altri narrano che due sirene bellissime e perfide chiamate Scilla e Cariddi dimoravano nel Faro e traevano le navi a perdizione. Un gigante affermò che le avrebbe prese entrambe; si fece legare ad una fune, si gettò nel mare, giunse al fondo, afferrò le malefiche sirene che portò a terra e consegnò al popolo.Non sappiamo se queste perfide figlie del mare, trasformazioni di mostri orribili, che atterrivano gli antichi marinai del Mediterraneo, venissero uccise sulla spiaggia, ma è certo che le sirene, potevano non solo essere mutate in rupi, ma anche morire, poiché Partenone mori e fu sepolta, ed anche la bella ninfa o sirena Amalfi fu sepolta sopra una spiaggia alla quale dette il suo nome.

Le sirene profetesse. Certe divinità dell'acqua hanno facoltà di profetizzare l'avvenire, a quanto ci dicono le favole pagane e molte leggende popolari, e di questa facoltà tenne conto il gran poeta Camoens, dicendo che presso i naviganti seduti alla mensa imbandita da Teti, una sirena canta dolcemente, e predice la gloria di altri navigatori portoghesi, avendo nel poema dei Lusiadi ufficio simile a quello di Anchise nell'Eneide, e di Merlino nll'Orlando furioso.“Mentre essa canta Sul pie' s'arresta la cervetta, e pende Dal ramo l'augellin, tacciono i venti Né la soggetta onda più frange, e appena  Un dolce mormorar rende l'arena”.  Ma non sappiamo se ella avesse il tallone di perle, come la bella Leucotea, che prestò ad Ulisse la sua fascia immortale, o fosse simile alle sirene portoghesi e spagnuole, che sono per metà donne e per metà pesci. In un canto dell'Andalusia dicesi che: “La Sirenita del mar Canta muy pulidamente; El que la oye cantar Cercana tiene la muerte. La Sirenita del mar Es una arrogante dama Que por una maldicion La tiene Dios en el agua”. Nella Bretagna vi sono pescatori i quali affermano di aver veduto la sirena, che, al pari di certe sirene antiche, è in parte donna, in parte pesce. Come la Loreley del Reno e certe nordiche Mermaids, ella trova gran duetto nel pettinare al sole i suoi capelli biondi con un pettine d'oro. E' molto bella ed ha una voce dolcissima, che può far dimenticare a chi l'ascolta ogni cosa terrena. Il suo canto annunzia le tempeste, e dicesi che quando si sente cantare Margherita del cattivo tempo bisogna che le navi ritornino subito nel porto, perché:“Quand la sirène est en train de chanter Le pauvre matelot peut pleurer”.

I tanti nomi e le tante storie. Certe belle sirene del mare, che non sono sempre perfide ammaliatrici, vengono chiamate dai Tedeschi “Nixen” o “Meerfrau”, dai Danesi "Moremund", dagl'lslandesi "Margyr", dai Bretoni "Marie Morgan", dagli Olandesi "Zee-wjf ", dagli Svedesi "Sjotzold", dagli Anglo-Sassoni "Merewif", dagli Irlandesi "Merrow", dagl'Islandesi "Haff -fru", nelle Asturie sono dette "Xanas" e “Merminners” nei Paesi Bassi. Anche le sirene svedesi seggono sopra gli scogli e pettinano i loro capelli; hanno in mano uno specchio, o, come certe Elfinnen, distendono biancheria al sole. Esse ingannano i marinai, e la loro apparizione precede sempre le burrasche. Dicesi che dimorano nel fondo del mare, dove hanno palazzi, castelli e gregge. Sono malvagie come certe ninfe, anche svedesi, che non sapevano perdonare le ingiurie e vivevano nei laghi. Una di queste salvò un giorno un cavaliere chiamato Gunnar, che era caduto nell'acqua. Costui aveva il suo castello presso il lago dove dimorava la sirena, e per mostrarle la sua riconoscenza andava a visitarla ogni otto giorni. Una volta non le fece la solita visita, e la sirena si vendicò crudelmente: le acque si alzarono per invadere il suo castello, e mentre egli fuggiva in una barca, cadde nella dimora della figlia del lago. La pietra vicino alla quale annegò porta ancora adesso il nome di "Pietra di Gunnart", e quando i pescatori passano innanzi ad essa la salutano, sapendo bene che se non lo facessero non avrebbero fortuna nella pesca. Una leggenda svedese dice che una notte la porta della capanna di un pescatore fu aperta da una mano di donna. Nella notte seguente egli stette in agguato ad aspettare, e quando apparve la mano femminile l'afferrò senza tema, ma fu trascinato fuori della capanna e scomparve. Dopo qualche tempo, mentre tutti lo credevano morto, si celebravano le nozze di sua moglie con un altro pescatore, quando egli le apparve improvvisamente, e le raccontò che era stato costretto a vivere colla sirena, la quale, commossa dalle sue preghiere, gli aveva concesso finalmente di visitare la terra; ma gli era proibito severamente di ritornare nella propria casa. Egli non tenne conto di quel divieto, entrò nella sua casa, ma non vi stette a lungo, perché essa rovinò ed egli rimase sepolto sotto le macerie. Andersen narra la storia di sei Mermaids, che ebbero facoltà di apparire sulla superficie del mare, quando compirono il sedicesimo anno. La più bella s'innamorò di un giovine principe che stava a bordo di una nave, ed una strega del mare la mutò in fanciulla della terra, affinché potesse seguire sempre l'uomo amato. Questi la tradì; le altre fanciulle del mare le dettero un coltello per uccidere l'ingrato; ella fallì il colpo, cadde in mare ed annegò. A Noirmoutier si crede che le sirene si avvicinano cantando a coloro che incontrano ed offrono loro danaro. Le Haff-fru dell'Islanda prendono i corpi dei naufraghi che non ritornano più a galla. Una di esse salvò dalla morte una fanciulla che si era gettata in mare, sperando così di salvare con eroico sacrificio una nave, che era sul punto di naufragare in mezzo ad una violenta burrasca.Un'altra Mermaid fermò una nave che poté muoversi solo quando una regina, la quale viaggiava su di essa, promise alla figlia del mare di darle uno dei suoi figli per marito. Questo principe cavalcava un giorno sulla sponda del mare, quando in un attimo il suo cavallo si slanciò fra le onde, e lo trasportò in un palazzo del mare. Dopo aver compito certe imprese meravigliose il giovane poté tornare sulla terra, in compagnia della bellissima Mermaid, che lo aveva sposato. In certe regioni presso il mare i Russi credono nell'esistenza delle Rusalke del mare, le quali, sopra alcune spiagge ed anche presso Astrakan, sono credute capaci di suscitare violenti temporali e di danneggiare le navi. Esse sono bellissime, hanno forme gentili, piccoli piedi ed occhi lucenti; i loro capelli sono verdi come l'erba del mare, si vestono con foglie verdi o portano una lunga camicia bianca. Quando escono dall'acqua pettinano i loro capelli, e se una persona appare sulla spiaggia usano mille lusinghe per farla discendere nell'acqua; ma solo le streghe possono prendere il bagno colle Rusalke senza riceverne offesa. Se i capelli delle Rusalke si asciugano esse muoiono; e per questo motivo non si allontanano mai dall'acqua. Quando si avvicina l'inverno scompaiono, e finché dura non si lasciano più vedere.Vicino alle belle Rusalke ve ne sono altre così piccole che possono navigare in un guscio d'uovo; ed i Russi credono che siano gli spiriti dei bimbi morti senza battesimo o nati morti. Essi usano qualche volta di togliere questi bimbi dalla loro tomba o dalla loro casa ove sono nati e di gettarli nell'acqua; dicono pure che nel giorno della Pentecoste, per sette anni consecutivi, gli spiriti di questi fanciulli ritornano sulla terra, chiedendo di essere battezzati. Quando una persona sente uno di essi che si lamenta deve subito dire le parole richieste per il battesimo; ma se durante sette anni il povero spirito non ha trovato chi lo battezzi, è per sempre accolto fra le schiere delle Rusalke. Nel governo di Astrakan credesi che le Rusalke del mare abbiano per costume di apparire fra le onde, chiedendo ai marinai se è vicina la fine del mondo. Dicesi pure che si trovano fra le loro schiere le donne suicide, e tutte quelle che sono state uccise o che non ebbero sepoltura. Gli Islandesi dicono ancora adesso che le Haff-fru hanno lunghi capelli gialli, spesso dormono nelle barche e qualche volta le fanno affondare. Si può solo vincere la loro malefica potenza ripetendo un inno sacro. Le Mary Morgan, fate del mare, somigliano molto alle sirene a cagione della divina bellezza, ma non traggono a perdizione gli uomini. Dicesi che apparivano in altri tempi con molta frequenza nelle vicinanze del Finistere e del Morbihan. Stavano volentieri presso le spiagge, vicino alle grotte che si aprivano fra le alte scogliere, o, qualche volta, nel mezzo degli stagni dove chiamavano i giovani pescatori, i quali inutilmente si provavano a non darsi pensiero delle loro lusinghe. Essi venivano trascinati per forza nelle misteriose dimore, nei palazzi di madreperla, dove sposavano le Mary Morgan che li avevano rapiti, e non si lamentavano del loro destino, perché erano felicissimi nella nuova condizione. Al pari delle sirene dei nostri mari quelle del Nord hanno la potenza di allettare gli uomini colla dolcezza del canto, ed usano quasi tutte le arpe d'oro per accompagnare le loro canzoni, in modo che possiamo trovare in esse, come in quelle rese famose dalla classica poesia greca e latina, la trasformazione degli stessi miti ariani.

Il dolce canto. La dolcezza del canto delle sirene ci può indurre a crederle miti del vento; ma si noterà ancora che, secondo certe credenze popolari, anche le ninfe, che hanno spesso tanta somiglianza colle sirene, possono affascinare gli uomini col canto; e non solo, fra tante altre, cantava la Loreley del Reno, per far precipitare nel fiume i miseri giovani; ma anche La fille qui chante ha trista fama nell'Alsazia. Essa è vestita di bianco, e nelle belle giornate esce da una foresta, poi discende sulla via di Geffenthal. Canta con voce così chiara e dolce che pare a chi l'ascolta di udire il suono di una campanella, che venga su dalla valle; e grave sventura minaccia il viaggiatore che passa in quel momento nella Geffenthal. Anche gli elfi della terra e quelli della luce, i lutins ed i folletti di certi paesi suonano e cantano. In una ballata svedese di Keightley dicesi che una figlia dei Trolli suona tanto bene, che costringe tutti gli animali a ballare; nella saga dei Volsunghi, Sigurd, l'eroe della grande epica nordica, possiede un'arpa meravigliosa che fa ballare, come quella di Orfeo e di Wáinámóinen, anche gli oggetti inanimati, e la sirena che dovrà col suo sangue rendere tanto forte l'elmo di Orlando, non ha altra difesa che la dolcezza del canto da usare contro il conte, il quale non può udirla "Che ambe le orecchie avea di rose piene". E si direbbe che il nostro sommo Poeta non abbia voluto solo ricordare un suo dolce amico, ma anche far cenno della potenza meravigliosa data dai poeti e dal popolo alla dolcezza del canto, quando Casella canta soavemente: “Amor che nella mente mi ragiona”, e alletta non solo Dante, che appartiene ancora alla terra, ma anche Virgilio e gli spiriti buoni, i quali dimenticano di andare a farsi belli, ed ascoltano “Come a nessun toccasse altro la mente”. Il Rambaud suppone che si parli di una sirena, figlia dell'acqua, in una leggenda russa, in cui dicesi pure di una divinità misteriosa chiamata il Fabbro del Nord. Costui ha preparato per l'eroe Sviatogor il suo destino, volendo ch'egli sposi una fanciulla che abita sulla sponda del mare. Sviatogor non vuole ubbidire e parte per andare ad uccidere la fidanzata, che gli è stata imposta dal Fabbro, il quale non lavora sull'incudine il fulmine o il ferro, ma il destino degli uomini. Egli la trova in una lurida capanna; è orribile nell'aspetto ed ha pelle somigliante alla ruvida corteccia di un albero. L'eroe la ferisce e le mette accanto una moneta, forse perché possa pagare qualche divinità, mentre l'anima sua compirà il misterioso viaggio dei morti. La fanciulla non muore; è soltanto liberata di un involucro spaventevole nel quale è stata chiusa fin dall'infanzia, ed appare bella come il sole. Ella va sulla montagna santa dove sta Sviatogor, che se ne invaghisce e la sposa. Quando vede ch'ella ha la moneta d'oro ch'egli aveva lasciata vicino alla fanciulla ferita, e conosce la sua storia, è costretto a confessare che nessuno può opporsi al volere del gran Fabbro del Nord. Questa trasformazione del mostro in bellissima fanciulla, che pur ci ricorda non solo le solite trasformazioni di certi miti delle acque, ma anche quelle della bella natura, che partecipa al trionfo del sole sulle tenebre o sull'inverno, non è certamente più meravigliosa di quella che avviene, quando Giove vuole che le navi di Enea a lui care come figlie e sacre “Fendan coi petti e colle braccia il mare ed esse liberate De' lor ritegni, e di delfini in guisa, Ce i rostri si tuffaro. Indí sorgendo (Mirabíl mostro!) quante a riva in prima Eran le navi, tante di donzelle Si vider per lo mar sereni aspetti”.

I Mermen sposi delle sirene. Vicino alle Mermaids, alle Mary Morgan, alle Rusalke, vivono ancora, secondo le leggende, innumerevoli uomini del mare; specie di Tritoni che prendono in certi paesi del Nord il nome di "Mermen". Molti di essi hanno, come le sirene, volto umano. Spesso sono mariti delle Mermaids, danzano sulle onde e cantano piacevolmente, o traggono le navi negli abissi del mare; rapiscono le belle figlie della terra e le portano nei loro palazzi in fondo al mare, ove le sposano e le custodiscono gelosamente, come usano pure altri spiriti del mare, dei quali già tenni parola. Dicesi che i Mermen sono anche forti e valorosi marinai, e col solo aiuto delle proprie braccia possono far percorrere ad una barca nove miglia all'ora. Narrasi che uno di questi Mermen fece un giorno un buco in una nave nella quale viaggiava una bella fanciulla; la trasformò prima in serpe, poi in Mermaid, e la portò nel suo palazzo, dove la sposò. Questi uomini del mare sono molto affezionati alle fanciulle, che hanno rapite sulle spiagge, e alle Mermaids che sposano, e si mostrano con frequenza assai gelosi. Il Tennyson chiede in un'altra delle sue poesie: “chi vuole essere un merman,  il quale segga solo, cantando sotto il mare, con una corona d'oro sul capo, e seduto sopra un trono?”. Risponde che vorrebbe essere un forte Merman, per cantare tutto il giorno; ma la notte vorrebbe scherzare colle Mermaids presso gli scogli, adornare i loro capelli coi bianchi fiori del mare o inseguirle ridendo allegramente, nella notte senza luna e senza stelle, fra le onde sonore, lo splendore delle saette ed il rimbombo del tuono, vivendo felice sotto il verde oceano.Nella leggenda calabrese di Fava d'oro, dicesi di una specie di gigante chiamato il Figlio del mare, il quale rassomiglia alquanto a certi nordici Mermen. Non pare che appartenga alla grande famiglia dei Mermen l'uomo pesce delle leggende bretoni, A quale non ha nessuna affinità colle Mary Morgan di quelle regioni. E' un buon vecchio coi capelli e colla barba bianchi come neve; protegge i marinai e soccorre i naufraghi. Appare sulle onde nell'ora del pericolo. Anche in Oriente si ritrova una specie strana di uomini del mare, e si vuole che un rais, il quale navigava verso Sumatra, approdò in un'isola dove comprò certi schiavi bellissimi, col corpo flessuoso e leggero, che avevano stranissime ali sui fianchi. Quando la nave sulla quale erano imbarcati gli schiavi arrivò in alto mare, essi saltarono tutti nell'acqua, e ridendo e cantando tornarono nella loro isola: solo una giovane non poté fuggire, perché il rais la fece legare strettamente. Quando tornò con lei in India la sposò, e ne ebbe sei figli; più tardi morì, ed i figli vollero liberare la loro madre, che era stata sempre prigioniera. Appena questa fu libera prese a correre verso il mare, come usano sempre, in caso simile, tutte le donne cigni, foche e gabbiani, e, prima di sparire per sempre fra le onde, disse che una forza irresistibile la costringeva ad abbandonare i suoi.

Si vuole che in certe leggende popolari, in cui si dice degli uomini del mare, si celi il ricordo di qualche invasione avvenuta per via mare, e questo è possibile; ma dobbiamo cercare specialmente nelle loro bizzarre figure il ricordo di vecchi miti dei nostri padri, collegati strettamente a tutta la meravigliosa famiglia dei diversi spiriti delle acque…

Il gigante Aegir  e Ran “la ladra”.

Presso i marinai dei tempi antichi, anche il più intrepido riconosceva la potenza del regno dei mari e pagava un tributo ai suoi spiriti. I norvegesi, quei feroci navigatori che erano il flagello dell’Europa, non temevano gli uomini, ma si inchinavano di fronte agli dei che governavano gli abissi. Di questi dei, il capo era il gigante Aegir, il cui vero nome significava “mare”. Egli era il signore del profondo oceano, di quelle contrade selvagge e lontane dalle zone perlustrate dagli uomini, temuto persino dallo stesso dragone scolpito sulla prua delle lunghe navi norvegesi. Aegir era un dio dei mari calmi; tuttavia, al di sotto delle acque bianche che spumeggiavano attorno alla prua delle imbarcazioni, in un ambiente d’oro celato tra le più profonde cavità del fondale marino, si nascondeva la sua compagna, Ran, la “ladra”, una divinità crudele sempre avida dei corpi e delle anime degli uomini. Ran si serviva di una rete per intrappolare le navi e trascinarle negli abissi, mentre le sue nove figlie dai capelli biondi assumevano la forma di onde omicide e inghiottivano i vascelli. Quei mortali catturati da Ran e dalle figlie morivano nel gelido abbraccio dell’oceano, e le loro solitarie ombre discendevano nell’acqua fino all’antro degli dei marini. Là essi vivevano per sempre come fantasmi, lontani dalla luce del sole, dalla brezza marina e dal conforto della compagnia degli uomini e le pagavano un tributo in oro affinché i loro spiriti potessero far festa. Negli abissi marini l’oro splendeva come fuoco e veniva chiamato dai norvegesi la “fiamma del mare”. Prima di annegare, gli sfortunati marinai, tenevano ben stretto il loro oro poiché sapevano che solo quello avrebbe aiutato i loro spettri nel regno sommerso. Il popolo delle coste norvegesi sapeva in anticipo quando la dea avrebbe abbracciato la loro progenie, infatti la notte prima i fantasmi degli annegati si sarebbero visti sulle spiagge e nei villaggi dove avrebbero bevuto birra. Per placare la fame di vite del mare, i marinai facevano offerte religiose. Dei loro prigionieri uno su dieci veniva gettato negli abissi per nutrire la dea Ran sperando, con questa offerta, di avere un sicuro ritorno alle proprie case.

Combattendo contro la mortale idra guardiana della fontana.

Non tutti gli spiriti delle fresche acque del mondo assumevano forma umana: vicino a Lerna, sulla costa orientale della Grecia, era nascosta l'idra, una bestia con molteplici teste di serpente, tra cui una immortale, e un fiato cosi pestilente che poteva uccidere. La sua dimora era l'immensa palude di Lerna, dove un mostruoso granchio le teneva compagnia. L'idra si spingeva anche nella fertile regione attorno alla palude, terrorizzando gli abitanti. Nel corso delle sue avventure l'eroe Eracle sfidò l'idra. Con l'auriga accanto, costrinse il mostro a uscire dalla tana attaccandolo con frecce incandescenti. Infuriata, si lanciò contro di lui e gli si avviluppò alle gambe e con le teste frementi lo attaccò. Ai piedi, il suo compagno granchio lo pizzicò con le enormi chele. Eracle schiacciò il granchio con il piede. Con la clava colpì le teste dell'idra, e il suo auriga bruciò i monconi con tizzoni ardenti, poiché nuove teste crescevano quando il sangue della bestia fuoriusciva. Poi Eracle staccò la testa immortale e la seppellì profondamente, attutendo il sibilo che non cessava mai. Egli immerse le frecce nel sangue dell'idra; da quel momento le frecce dell'eroe, avvelenate dal liquido del mostro, riuscirono sempre ad uccidere.

L’immagine speculare del mondo marino.

Secondo alcune saghe, la formazione del mondo avvenne in perfetta simmetria in modo tale che ogni creatura vivente della terra avesse una controparte nel mare. Le Immagini speculari degli uomini e delle donne erano i tritoni e le sirene, che governavano i regni sommersi. Tali regni avevano un abbondante serraglio. Il naturalista svedese Olaus Magnus descrisse i cavalli dalla coda di pesce che vagavano dalla Britannia alla Norvegia. Egli inoltre parlò di un pescecane che attaccava e divorava i bagnanti, E lo storico romano Eliano riferì che i mari che circondavano l'isola di Taprobana, più tardi denominata Ceylon, fornivano pascoli d'acqua per il pesce dalla testa di ariete e foreste per squamosi e acquatici leoni, elefanti di mare e altri esotici mammiferi marini.

Un feroce presagio.

Prima dell'arrivo di tempeste, quando l'aria è carica di elettricità, gli spiriti del fuoco giocano sulle strutture delle navi a vela, volando di albero in albero, di sommità in sommità, e i marinai li considerano presagi del futuro. Essi dicono che se sulla nave appare una sola luce, il vascello è destinato a una funesta fine; se vi sono due luci, i venti si placheranno e i mari diventeranno culmi. Oppure sostengono che delle fiamme con moto discendente portano distruzione, mentre quelle ascendenti bel tempo. Alcuni marinai ritenevano che le luci fossero fantasmi di vecchi compagni che segnalavano i pericoli; tutti comunque credevano che una tragica fine fosse riservata a quell'uomo la cui testa era circondala da Suri, Kra così comune quei fenomeno che i marinai gli assegnarono alcuni nomi. Alcuni denominarono la luce Fuoco di sant'Elmo, poiché era un'alterazione di Erasmo, il patrono siriano dei naviganti. I Greci lo chiamarono i Dioscuri, in riferimento ai gemelli Argonauti Castore e Polluce che erano custodi delle anime dei marinai dopo la morte. E i portoghesi lo chiamarono Corpi Santi o Corpi dei Santi, ritenendo che fossero emanazione degli spiriti benedetti.

Il  pesce diavolo.

Un invasore con viscidi tentacoli occupava il centro delle navi. Il pesce diavolo era quasi silenzioso, sempre invisibile. Queste braccia si insinuavano tra i boccaporti e gli oblò cercando carne viva per nutrirsi. Esso uccideva schiacciando la preda; asce e coltelli potevano tagliare i tentacoli, ma a ogni attacco alcuni sfortunati marinai venivano trascinati fuori delle navi.

I predatori del Mondo Primordiale.

I naviganti aspiravano a ottenere il dominio dei mari, ma le potenti creature sopravvissute dalla creazione vagarono a lungo sulle coste disabitate e negli abissi. Vecchi, adirati, questi mostri diventarono il soggetto dei racconti dei marinai. Gli uomini di mare del Nord narravano di serpenti dalla vista acuta che giacevano in fredde caverne avvistando le navi a grande distanza. Il loro attacco era rapido e silenzioso. Prima di morire, la vittima vedeva solo una testa dondolante sopra l'albero e una bocca aperta bramosa di carne fresca.

Tiburon il divoratore del Pelago.

Quando gli antichi autori inglesi parlavano di mostri si riferivano a Tiburon. Esso aveva denti da squalo, affilati come una scimitarra, ma nessuno squalo poteva raggiungere le sue dimensioni. Grande come una piccola fregata, esso seguiva le scie delle navi che veleggiavano lontano dalla costa e non laciava alcuna speranza ai marinai caduti in mare. Nessuna corda poteva salvare questi sventurati uomini. Tiburon si nutriva di loro e il suo ventre diventava la loro tomba.

I vortici del Leviatano.

Dolore era riservato ai marinai che guardavano il Leviatano. Creatura così gigantesca da far sembrare piccola la più grande balena, essa occupava gran parte della valle del fondo marino. Alcuni raccontavano che quando il divoratore risaliva alla superficie, i marinai erano perduti. Le sue sferzanti pinne e la coda provocavano dei vortici che attiravano le navi nel suo freddo e oscuro regno.  

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